In questi stessi giorni, dall'altra parte dell'Atlantico, in Bolivia, la divisione tra lavoratori del settore minerario ha lasciato sul campo un morto e forti tensioni tra i minatori, gettando oscure ombre sul processo di riappropriazione delle risorse del sottosuolo da parte del popolo boliviano tramite le nazionalizzazioni nel settore. Lo scontro è avvenuto nelle strade di La Paz, durante un corteo dei dipendenti cooperativa che lavorano presso la miniera Colquiri, nazionalizzata lo scorso giugno dal governo socialista di Evo Morales. Costoro, durante un corteo nella capitale La Paz si sono scagliati contro la sede del sindacato minerario, che rappresenta una grande fetta dei minatori dipendenti della società statale proprietaria della miniera, gettando candelotti di dinamite contro l’edificio e uccidendo Héctor Choque. Si tratta dell’ultimo episodio in cui sono sfociate le tensioni tra minatori iniziate ad agosto e che hanno visto i minatori sindacalizzati occupare una parte della miniera per impedire ai colleghi della cooperativa di potervi accedere. La ragion del contendere è lo sfruttamento di alcuni giacimenti molto ricchi che, secondo i dipendenti dell’azienda di Stato, sarebbero stati loro attribuiti dal governo tramite accordi, successivamente non rispettati, lasciando la nazionalizzazione della miniera incompleta. Successivamente agli scontri di La Paz il governo nazionale ha richiesto una tregua di quarantotto ore ed ha riaperto un dialogo con i rappresentanti della cooperativa per trovare una soluzione di compromesso o un eventuale trasferimento dei minatori “indipendenti” presso un altro giacimento. Il rischio, non remoto in questa nuova fase di manovre statunitensi nell’America Latina, è che la divisione dei minatori e le animate proteste non producano alcun esito positivo per alcuna delle due parti e portino maggior consenso a quelle forze politiche che negli anni ’80 e ’90 svendettero le risorse nazionali alle imprese straniere.
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